Fratel Tiberiu Rata

E' arrivata da poco la notizia della morte, a 74 anni, di Fr. Tiberiu, un Fratello rumeno che fu imprigionato e condannato ai lavori forzati dal governo comunista, dopo il 1958. Lo straziante racconto della sorte degli altri Fratelli rumeni e delle sue sofferenze personali fu pubblicato sul Bollettino dell'Istituto N° 235, nel settembre del 1991 ed è presentato di nuovo qui.
Fr. Tiberiu aveva lavorato intensamente durante tutto il 1998 per organizzare la cerimonia dei 100 anni di presenza dei Fratelli in Romania. Ha avuto la consolazione di vedere dei giovani Fratelli rumeni e un gruppo di postulanti, promessa di continuità della presenza lasalliana in quel paese.


IN ROMANIA, UNA LUNGA NOTTE DI 42 ANNI
La mia Via Crucis è cominciata il 2 agosto 1948. Era l'ultimo giorno del nostro ritiro annuale.

I Direttori delle tre scuole cattoliche appartenenti ai Fratelli di Bucarest furono convocati dai dirigenti comunisti di Romania che erano al potere, e vennero informati che il governo comunista voleva nazionalizzare le scuole private. I Fratelli avrebbero dovuto quindi consegnar loro subito le chiavi. In meno di un'ora, ci trovammo gettati per strada; non ci permettevano di prendere che i nostri effetti strettamente personali : scarpe, biancheria, ecc. Tutto il resto doveva restare nella scuola: i libri della biblioteca, i letti, gli armadi, ecc.
Ci fu pure detto che avremmo dovuto abbandonare la vita comunitaria e che saremmo stati impiegati come professori, altrimenti avremmo dovuto cavarcela da soli e trovare qualche modo di sostentamento.

I dirigenti ci imposero, per decreto, la residenza in un piccolo appartamento, al secondo piano del vescovado cattolico romano.
Tale decreto non si applicava che ai religiosi che operavano nelle scuole. I Gesuiti ed i Francescani, che erano sacerdoti, non erano destinati lì, ma dovettero abbandonare l'abito religioso e andare nelle parrocchie.

Soltanto i Fratelli delle Scuole Cristiane furono colpiti dal decreto. Le due comunità di Fratelli si unirono in una sola Comunità, sotto la direzione del Fr. Direttore e Visitatore ausiliario Bonifazius Sattmann. Eravamo circa 20 Fratelli. Ciascuno doveva dare per iscritto il proprio consenso o rifiuto. Io ero tra i più giovani: 24 anni. Non avevo insegnato che tre anni presso la scuola San Giusepp, ma non avevo avuto esitazioni. Ero conscio che il mio posto dovesse essere tra i Fratelli e con loro. Ero anche persuaso che quella situazione non sarebbe durata a lungo. C'erano due Fratelli più giovani di me. Sfortunatamente, più tardi se ne andarono per diverse ragioni; in seguito se ne pentirono, anche se la nostra vita non fu mai facile.

I dirigenti comunisti cercarono, con pressioni e promesse, di farci abbandonare la vita religiosa. Non ci riuscirono.
Fr. Bonifazius era Economo e Superiore in quei tempi difficili. La sua fede nella Provvidenza ci ha impressionati tutti e ci ha dato coraggio. Nessuno di noi era pusillanime o pauroso, anche se non esserlo non era sempre facile. Lui era il padre, il capo e l'amico di tutti, nonostante la sordità che l'affliggeva. Pregava molto, proprio perché era sordo. Dopo la grazia di Dio, è a lui che dobbiamo la nostra vita di Comunità. Fu il Superiore che la Provvidenza ci aveva preparato e ci aveva dato per quei tempi difficili.

Le prime difficoltà non tardarono ad arrivare. Le scarse risorse si erano esaurite. Per sopravvivere, i Fratelli dovettero dare lezioni private. I genitori lo desideravano. Quello fu il mio lavoro per cinque anni. Una nuova forma di apostolato. Tramite le lezioni private, continuavamo ad esercitare la nostra influenza religiosa. Era più importante che mai.
Presto cominciammo a dare lezioni di catechismo nelle parrocchie. Ci lasciarono tranquilli per un paio d'anni. Era la calma prima della tempesta.

Il primo temporale scoppiò nel 1950. Cinque Fratelli furono arrestati. Due di loro che avevano lavorato alla Nunziatura furono trascinati in giudizio e condannati a 16 anni di prigione, mentre gli altri tre, senza aver subíto nessun processo legale, furono condannati a due anni di lavori forzati.

Per precauzione, alcuni Fratelli furono allora alloggiati presso degli ex-allievi.

Seguì un nuovo periodo di calma: il grande Moloch aveva divorato l'offerta.

Dopo la Conferenza di Helsinki, sembrò che il cielo si rasserenasse. I Fratelli tornarono al loro appartamento e ricomnciarono le lezioni di catechismo in cinque parrocchie, dove ogni domenica si riunivano all'incirca 300 cattolici. Questo fatto non piaceva alla autorità comuniste. Dicevano ai loro colleghi: "Voi non riuscite ad organizzare le riunioni dei giovani comunisti, mentre una manciata di educatori religiosi riempie le sale ogni domenica". Ex-allievi ed amici avvertirono allora i Fratelli che si stava preparando qualcosa contro di loro. Il Fratello Bonifazius non perse la calma e continuò ad instillare nei Fratelli coraggio e fiducia in Dio.

Per due anni insegnammo la religione in presenza di spie, che erano dappertutto. Noi le conoscevamo, loro ci conoscevano. Ma il segnale d'azione non era ancora stato dato. Fu dato il 21 agosto 1958: quattro Fratelli furono arrestati e, con loro, tre ex-allievi che avevano reclutato altri studenti. Dopo tre mesi di inchieste e di penosi interrogatori, e anche di torture, il 17 dicembre 1958, fu emessa una condanna di 90 anni di prigione. I due Fratelli più anziani ebbero 20 anni ciascuno, tre altri, 15 anni ed i due più giovani se la cavarono con 10 anni ciascuno.

Il crimine? Aver insegnato religione ai giovani. Si può leggere questa spiegazione nel testo della sentenza m 1252-58 (nel testo italiano e nel testo francese di cui allego copia).

Vedete qual'era il motivo che ha portato alla condanna a 10, 15 e 20 anni prigione? Loro che si dicono membri di un regime che pretende di essere il più umano del mondo? Una mente sana non può capire questo fatto e tuttavia i comunisti condannavano alle pene più dure chi aveva commesso "tali crimini", e non arrossivano neppure nel mettere per iscritto le loro condanne. Che direste voi occidentali di un tale travestimento della giustizia? E voi, comunisti occidentali, che ne dite della vostra fraternità universale e della vostra giustizia? Alleanza del blocco orientale!

E così ricominciarono i guai. Finimmo col trovarci in 100 in una stanza di 11m x 10m con una sola finestra, tappata con delle assi inchiodate, per non permettere ai prigionieri di guardar fuori. In un angolo, per attirare i topi, c'erano quattro secchi (non c'erano W.C.) I secchi venivano vuotati una o due volte al giorno. Nessuno poteva stare sotto le finestre: era assolutamente proibito.
Si dormiva sul nudo pavimento di cemento, senza che ci potessimo neppure sdraiare sulla schiena, perché non c'era posto; bisognava dormire sul fianco, allineati come sardine. Spesso, o quasi sempre, l'ultimo che entrava nella stanza doveva dormire seduto sui secchi che servivano da W.C.

Ben presto i nostri corpi si coprirono di piaghe. Non c'era acqua. Ognuno di noi aveva diritto a mezzo litro d'acqua al giorno. Non c'era sapone, se non, qua e là, qualche briciola. Non c'era carta igienica. Una mezz'ora di passeggiata in un cortile di circa 30 metri quadrati, a grande distanza l'uno dall'altro, perché non si potesse parlare al vicino e nemmeno vederlo veramente. Nessuno poteva dire una parola. Un guardiano (militare) sorvegliava tutto. Durante la giornata nessuno poteva riposarsi su un letto, ma soltanto i malati che avevano il permesso del medico. Non si poteva nè tenere discorsi, nè ascoltarne, nè studiare una lingua straniera, nè insegnarla. Non si poteva scrivere: non c'erano nè carta, nè matite, neppure un ago. Tutto era formalmente vietato. Chiunque fosse sorpreso a venir meno a queste regole, veniva condannato all'isolamento dai 3 ai 5 giorni. Nel luogo d'isolamento, non era possibile sedersi dalle ore 5 alle 22. Si riceveva da mangiare due volte al giorno e soltanto 100 grammi di pane e mezzo litro di acqua salata.

Mi si dirà qui che non è possibile, che esagero. No, caro lettore, non esagero. Era invece ben più terribile. Vi raccomando la lettura del libro di Soljkenitsyne "L'arcipelago Gulag". Lui dice la verità, lui non esagera. Troverete in questo libro tutte le crudeltà disumane ed inimmaginabili commesse da quella gente.

Dopo un anno di un simile trattamento, si chiedeva al prigioniero se voleva lavorare. Certo, tutti quelli che riuscivano a muoversi, rispondevano di sì. E così, nel mese di agosto 1959, fummo fatti salire su dei vagoni-bestiame, dotati dei servizi igienici sopra citati. Dopo due giorni ed una notte partimmo per destinazione ignota. Quando riaprirono i vagoni, ci rendemmo conto di essere stati portati nella regione detta "Grande isola del Danubio", vicino a Braila. Lì, ci ci fecero costruire una diga alta 17 metri e lunga 35 chilometri, per contenere le acque turbolenti del Danubio. Ci avevano sistemati in due baracche. Circa 800 uomini; in condizioni meno che primitive. Il problema più grave era l'acqua. Un litro d'acqua da mischiare con una specie di caffè; metà acqua, metà fango, che bisognava aspettare fino alle tre di notte.

Le conseguenze non tardarono a farsi sentire. Dopo tre giorni, (il 17 agosto) cominciammo ad ammalarci di dissenteria. Il pericolo era grande. Non c'erano medici. Io avevo due pastiglie di Talasol. Per sette giorni non potei mangiare assolutamente niente, né bere. Davvero niente. Stavo morendo (avevo già sofferto di dissenteria in prigione, e adesso era la seconda volta che mi capitava).

E' forse difficile credere che io stia dicendo la verità. Nel giro di due settimane ero ridotto a uno scheletro. Quella fu anche la prima volta in cui vidi morire un uomo. Ne fui molto colpito. Non mi era sembrato in condizioni peggiori delle mie. Tuttavia non avevo perso la speranza. L'inizio era stato difficile e andò avanti così per molto tempo. Dovevo tornare al lavoro, ma ero così debole da non reggermi quasi in piedi. Tanti morirono in quel periodo.

In novembre dovevo tornare a lavorare alla diga. Dovevamo costruirla col piccone e la pala. Era molto difficile. Pensavamo spesso agli Egiziani che avevano costruito le piramidi. Era altrettanto faticoso? Non esageriamo, penserà qualcuno...

Dopo due anni ci mandarono a lavorare i campi. Era meno massacrante. Nel 1961 eravamo a Luciu-Giurgen. Per bere, prendevamo l'acqua del Danubio e la facevamo bollire. Non ci andò bene a lungo; di nuovo ci ammalammo: tifo (febbre tifoide). In novembre mi ammalai anch'io. Ero diventato un caso particolare, da sottoporre ad una commissione di medici civili. Mi trovavo in pericolo di morte e perciò fui trasportato in un ospedale di Constanta. Era la seconda volta che mi trovavo sulla soglia della morte. Qui ci trattarono umanamente. Dopo tre settimane, il pericolo era scomparso e potemmo tornare al campo, a svolgere qualche tipo di lavoro. Sulla via del ritorno, trascorsi un' indimenticabile notte di Natale: in una tana, dove c'erano altri animali oltre a me,ero in compagnia di centinaia o migliaia di topi, che si domandavano cosa facessi là e perché disturbassi la loro tranquillità. Impossibile dormire in simili circostanze.
Nell'autunno del 1962, fui di nuovo portato nella ben nota prigione di Gherla. A causa della mia malattia, ero ora diventato portatore di un bacillo da 15 anni, e rappresentavo un pericolo per i civili che abitavano l'isola. Nessuno si preoccupava dei prigionieri, neppure quando si ammalavano.

Lavorai due anni a Gherla, in una fabbrica di mobili, come fabbricante di tavoli. Stavo meglio per quel che riguardava le mie esigenze materiali. A chi aveva ben seguito "le regole" veniva consegnata una cartolina postale e poteva scrivere a casa per chiedere l'invio di un pacco che non superasse i 5 chili di cibo e 400 sigarette. Io non scrissi che una volta, anche se nel frattempo ero diventato un bravo fabbricante di tavoli.

Nella primavera del 1964, ci fu dato il permesso, per la prima volta in cinque anni e mezzo, di leggere un libro. Ci era concesso anche di leggere il giornale del partito, che raccontava del successo del popolo sotto la guida del partito comunista rumeno. Ci volevano preparare pian piano alla liberazione che si stava avvicinando. Credo che fosse aprile, quando ci dissero che ci avrebbero liberati, ma non tutti allo stesso momento. Fu quella la prima volta che mantennero la parola: i primi prigionieri furono liberati in aprile; il mio turno arrivò il 1° di agosto 1964.

Poichè per sei anni non avevo avuto notizie dei Fratelli, mi portarono per prima cosa dalla mia famiglia. Non abitavano lontano, a circa 110 chilometri da lì ed a 50 km da Bucarest. Non avevo soldi e volevo sapere se mia madre fosse ancora viva, perché aveva 77 anni ed aveva avuto un attacco di cuore nella primavera del 1958, proprio nell' anno in cui io fui mandato in prigione.
Da tanto tempo pensavo che fosse morta. Ero molto attaccato a mia madre, perché soprattutto a lei dovevo la mia vocazione di Fratello.
Il mio incontro con lei fu commovente. Non me la sento di descrivere quel momento. Anche dopo così tanti anni mi sarebbe difficile. Ha pianto molto tra le mie braccia e non riusciva a dire altro che "caro figlio, caro figlio". Ed io piangevo con lei. Come noi, piangevano tutti in casa. Piangevamo di gioia.

Rimasi quattro giorni da mia madre. Desideravo moltissimo raggiungere i Fratelli a Bucarest. Fui l'ultimo ad arrivare. Si erano già riuniti tutti. Il nostro fu un incontro caloroso, ma breve. Non potevamo rimanere a Bucarest, non potevamo formare una Comunità. Per i comunisti, eravamo uomini pericolosi. Dovevamo lasciare Bucarest al più presto. Tre Fratelli poterono restare presso loro parenti a Bucarest, gli altri dovettero ritornare al loro paese d'origine.

Così incominciava la seconda fase della nostra condanna. Furono gli anni più lunghi da sopportare, anche se non furono difficili quanto la prigionia, che fu dura e che non dimenticherò mai. Questo periodo durò 25anni. I comunisti ci vedevano sempre come dei lebbrosi, pericolosi per lo Stato. La gente, però non la pensava allo stesso modo. Ci amava e ci rispettava. "Quel che è pericoloso per noi" - mi disse un giorno un ufficiale della Sicurezza - "è soltanto il vostro nome di Fratelli delle Scuole Cristiane".

Dovevo comunque far qualcosa per sopravvivere, e allora chiesi un lavoro ai responsabili. Mi risposero:"Per qualcuno come lei, il solo lavoro disponibile è quello di minatore". Mi rivolsi allora ad amici: c'erano anche persone comprensive. Così, dopo quattro mesi, trovai lavoro come bibliotecario. Lo stipendio era basso, ma mi consentiva di vivere. Ebbi anche la fortuna di venir aiutato da alcuni parenti che abitavano nei dintorni. Mi diedero i mezzi per sopravvivere. Non avevano denaro. Ricevetti molto aiuto da parte di cinque Fratelli ungheresi di Satu Mare, vicino alla frontiera con l'Ungheria; erano tutti anziani. Ogni due mesi, andavo a trovarli per ritemprarmi nello spirito di comunità. Sono sempre stati gentili e affettuosi con me. Malgrado siano tutti morti ormai, devo dire quanto sia loro riconoscente per il fraterno amore che mi hanno dimostrato.

L'alloggio era un grave problema. Non riuscivo a trovarne. Alla fine, un mio parente ebbe pietà di me. Aveva una casa nuova, ma soltanto una delle stanze era abitabile; le altre stanze non avevano nè finestre, né porte. Aveva quattro bambini piccoli, quindi dovetti dividere con loro, per tre mesi, quell'unica stanza. Dovevo adattarmi, non c'era altro da fare. Tutte le mattine, il padrone di casa ci salutava con un "viva Gesù nei nostri cuori!", perché era stato novizio con noi per due anni. In segutio si fece prete (greco cattolico). In febbraio potei dormire da solo. Durante il giorno stavo spesso con i bambini, perché non c'era legna per riscaldare due stanze...Aiutavo i bambini a trasportare la legna. Rimasi con questa famiglia per tre anni e mezzo, finché non trovai alloggio, nel 1968, in un bunker di cemento (4 m e mezzo per 2 m e mezzo).

All'inizio fui tenuto sotto stretta sorveglianza. Sapevano sempre dove fossi. Non potevo ancora mettermi in contatto con i Fratelli che avevano vissuto con me a Bucarest. Fu così per due anni, poi la sorveglianza si allentò.

Nella primavera del 1965, in aprile, ricevetti la visita di Fr. Liebhard, da Vienna. Conosceva tutti i Fratelli rumeni, perché era stato professore in Romania prima del 1948. Non arrivò a mani vuote. La stessa cosa era già capitata nel 1964, ma io non ero ancora stato liberato. Fu di grande incoraggiamento per noi questa visita dei Fratelli da Vienna. Sentivamo che non ci avevano dimenticati, nè abbandonati. Ci facevano sentire che la grande famiglia lasalliana era una realtà.

Il Fratello Visitatore ci invitò a Vienna. Noi eravamo allora relativamente giovani (40-54 anni) e conoscevamo anche un po' di tedesco. Inoltre, avremmo potuto esser loro d'aiuto. Così, si procurò tutti i documenti per gli stranieri che noi eravamo. L'Autria ci concedeva il diritto d'entrare, ma le autorità rumene non ci davano il permesso di partire. Quindi, restammo in Romania. Tutti gli anni, il Fratello Visitatore di Vienna veniva a trovarci almeno una volta. In seguito, anche altri Superiori vennero da noi. Il Fratello assistente Richard, venne due volte, e venne anche il Fratello Vicario stesso (ora Superiore Generale), Fr. John Johnston.

Queste visite erano per noi l'occasione di incontrarci con dei confratelli, ma spesso venivamo sottoposti ad interrogatori in cui ci chiedevano chi fosse il nostro invitato e che cosa volesse. Temevano sempre che ci riorganizzassimo. Non ci permettevano di vivere in comunità. Di tanto in tanto, qui o là, ci chiedevano quando ci saremmo sposati. Questo sarebbe stato per loro la prova che avevamo abbandonato la nostra vocazione. Grazie a Dio, tutti abbiamo finora mantenuto il nostro impegno.

Con l'andar del tempo, i nostri legami si rinforzavano e ci riunivamo più spesso, sia per festeggiare un compleanno, sia per celebrare una festa. Nel 1970, si verificò un piccolo miracolo., fu certamente così per me: Fr. Tarcisius, che era stato in prigione 14 anni, ricevette, per primo, il passaporto e potè andare a Vienna, Roma e Parigi. Fu un evento memorabile! La seconda volta, tuttavia, che ne fece richiesta, il permesso gli fu negato.

I giorni di angoscia erano finiti. Anche la sorveglianza diventava discreta. Non potevamo dare lezioni di religione, tuttavia potevamo andare in chiesa quante volte e per quanto tempo volessimo.

Assistevamo alla Messa tutti i giorni, senza che nessuno ce lo impedisse. Era impossibile però riprendere la vita di comunità e portare l'abito religioso.

Il numero dei Fratelli lentamente diminuiva. I Fratelli ungheresi di Satu Mare morirono tutti in età avanzata (oltre gli 80 anni) . L'ultimo morì nell'aprile del 1983.

Fr. Tarcisius morì d'improvviso il 25 novembre 1977 di infarto. Il 9 novembre aveva compiuto 60 anni. La sua morte ci commosse profondamente. Era stato un infaticabile e forte combattente contro il comunismo.

Anche in prigione si era sempre ribellato, quando qualche prigioniero veniva trattato male.

Nel 1983, venne il mio memento di ottenere il passaporto. Mi sembrava incredibile. Nello stesso anno, il passaporto fu concesso anche ad un altro Fratello. Trascorsi quindi un mese con i Fratelli a Vienna. Nel 1987, ebbi ancora la possibilità di andare all'estero. Questa volta la faccenda fu più semplice, perché nel frattempo ero andato in pensione. Andai a Roma, dove potei prender parte alla beatificazione di Fr. Arnould. Era stato il sogno della mia vita, vedere Roma e la Casa Generalizia. Per la seconda volta, il sogno divenne realtà nel 1989, e il soggiorno durò due settimane, al Centro Internazionale Lasalliano di Roma.

La fine del 1989 ci portò nuove speranze. A Natale, ci fu possibile risentire i canti di Natale e seguire (con permesso) la Messa alla televisione. La lunga notte di 42 anni di oppressione, cominciava a svanire. Il governo comunista fu rovesciato. Potevamo resp irare di nuovo e potevamo cantare in cuor nostro il Te Deum.

Non osavamo crederci.

Sfortunatamente, a un anno di distanza, dobbiamo constatare che i nuovi dirigenti non sembrano prendere sul serio la libertà di religione. Le comunità religiose non sono ancora riconosciute e non sono ancora stati restituiti loro i conventi e le proprietà.
Noi Fratelli, per quanto vecchi e poco numerosi, siamo finalemente usciti dalle tenebre.

Un Fratello insegna presso il seminario di Alba Julia, un altro presso quello di Iasi. Sta accompagnando un aspirante che desidera diventare fratello delle scuole cristiane.

Dopo la festa di Cristo Re, a Oradea, a 15 km dalla frontiera ungherese, si è formata una piccola comunità.
Soprattutto, siamo stati invitati a riprendere la nostra attività nei centri in cui avevamo già operato.
Per quanto poco numerosi (sei Fratelli, di cui due ammalati) e anziani (dai 68 agli 81 anni) siamo ottimisti e confidiamo nella Provvidenza. I nostri quattordici Fratelli santi e beati ci aiuteranno. L'opera di San Giovanni Battista De La Salle in Romania, non può e non deve morire.

Noi ci rivolgiamo a tutti i Fratelli del mondo per chiedere di non dimenticarci e di ricordarsi di noi nelle loro preghiere. Noi saremo vincitori... ma non per merito nostro... I nostri santi Fratelli e la folla di 150.000 Fratelli delle scuole cristiane che nei secoli hanno portato l'abito lasalliano, sono con noi. Ci aiuteranno. Siamo convinti che Dio ci assiste, e quando Dio "è per noi, chi sarà contro di noi?"
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